L’arte di voltare pagina
“In realtà non è quello che cercavo. Più che per imparare qualcosa… Cercavo un libro che potesse cambiarmi l’umore”

Un libreria dell’usato a Tokyo. Un negozio vecchio e polveroso che sembra avere i giorni contati. Qui si intrecciano le vicende di Sango, che eredita la libreria Takashima dal fratello e Mikiki, sua nipote. Fra volumi ormai sgualciti e copie antiche, il negozio quasi per contrasto si rivela qualcosa di vivo, un luogo pulsante dove i libri sembrano diventare capaci di attivare vite ormai spente e di generare energie sopite.
Ogni anima che transita dalla libreria, insieme alle chiacchiere e alla generosità delle due libraie improvvisate, trova tra le pagine dei volumi dimenticati uno spiraglio di speranza verso il proprio futuro e di serena accettazione del presente.
Hika Harada nel suo Il negozio di libri usati di Jirō mostra chiaramente che anche un libro usato, trascurato, può rimettere insieme una vita spezzata, offrire un rifugio, far sentire “a casa”.
Il romanzo, attraverso uno stile caldo, accogliente e lieve, intreccia le storie di clienti, ognuno con una ferita o una speranza, con le voci incapsulate nei volumi. È un mosaico umano: ogni libro su uno scaffale è un seme di cambiamento, un richiamo per chi cerca risposte senza saperlo.
Ma può un libro davvero aiutarci a “voltare pagina”? Può una semplice lettura aiutarci a guardare meglio tra le pieghe dei nostri desideri più profondi? È possibile nella realtà, come accade fra gli scaffali della libreria Takashima, che ogni volume tracci potenzialmente una svolta?
Prova a darci una risposta Flavia Ingrosso, bookcoah e lifecoach (flaviaingrosso.it)
Domanda: I libri fanno riflettere e questo è un dato di fatto. Ma come accade che, per qualcuno, una particolare lettura può addirittura influenzare le scelte di vita?
Risposta: La narrativa è un vero e proprio “simulatore di vita”. Quando ci immergiamo in una storia, il nostro cervello mette in atto un meccanismo straordinario: grazie ai neuroni specchio, non ci limitiamo a leggere un’azione, ma la “sentiamo” fisicamente. Le neuroscienze dicono che per la nostra mente non esiste una grande distinzione tra un’esperienza vissuta e una letta con intensità: la letteratura ci permette di pre-vivere la realtà in un luogo sicuro.
D: Ma perché lo stesso libro cambia la vita a me e lascia indifferente un altro?
R: Perché ogni cervello è come un giardino unico, modellato dalle proprie esperienze. Una storia è come un seme: attecchisce e attiva riflessioni profonde solo se trova un terreno (ovvero dei circuiti neuronali) già pronto a risuonare con quel tema. Ecco perché, a volte, chiudiamo un libro e ci sentiamo finalmente pronti a compiere quella scelta che rimandavamo da anni: perché, grazie alla storia, il nostro cuore l’ha già vissuta e superata.
D: È sempre un caso, se una lettura riesce a scavare in profondità o segnare dal punto di vista emotivo?
R: Non è quasi mai un caso, anche se ci piace pensarlo. La scienza ci insegna che il nostro cervello possiede un sistema di “filtraggio” chiamato Sistema di Attivazione Reticolare (RAS). In parole semplici, è un guardiano che decide quali informazioni far passare tra le migliaia che riceviamo ogni secondo. Quando stiamo vivendo un momento di cambiamento o di latenza, il nostro sistema si sintonizza su una frequenza specifica. Ecco perché un libro che avevamo in libreria da anni improvvisamente ci “chiama”: ovviamente non è il libro ad essere cambiato, siamo noi ad aver attivato l’antenna giusta per captare quel messaggio.
Come dico spesso nel mio lavoro di Bookcoaching, il libro non crea qualcosa dal nulla, ma agisce come un reagente: trova una domanda che già abita dentro di noi e le dà una forma, un nome e una via d’uscita. Una lettura scava in profondità solo quando le nostre emozioni sono arrivate a un punto di maturazione tale da permettere l’incontro. In quel momento, il libro agisce come un interruttore in una stanza buia: non crea ciò che proviamo, ma dà luce a una parte di noi che era già lì, pronta a essere vista, ma che ancora non riuscivamo a mettere a fuoco.
D: Se si volesse trarre sollievo in qualche modo, come accade nel romanzo, sarebbe giusto affidarsi a una guida o basta lasciarsi guidare dall’istinto?
R: Credo che l’istinto sia il punto di partenza imprescindibile: la lettura non è un dovere accademico, ma un atto di libertà. Ognuno deve sentirsi libero di scegliere come accostarsi a una storia. Nei miei percorsi di Bookcoaching, ad esempio, c’è chi arriva dopo aver letto il libro, chi decide di leggerlo solo dopo l’incontro e chi si lascia semplicemente accompagnare dal racconto che ne facciamo insieme. Non c’è un modo giusto o sbagliato, c’è solo il modo che risponde al nostro bisogno del momento. In questo contesto, nel ruolo di guida non intervengo per imporre una verità assoluta o una lezione magistrale.
Io stessa mi siedo al tavolo come una lettrice tra i lettori. Il mio compito è quello di essere una stimolatrice di riflessioni: offro un punto di vista diverso, una chiave di lettura che non vuole essere “La Verità”, ma solo uno specchio in cui riflettersi. Una guida serve proprio come un attivatore. Attraverso domande mirate e visioni differenti, la guida aiuta a far emergere pensieri ed emozioni che forse, in una lettura solitaria, resterebbero sopiti.
D: In che modo un bookcoach riesce a guidare un particolare percorso di “crescita” personale?
R: A dire il vero, non amo molto l’espressione “crescita personale”. È un termine che spesso attiva il circuito della dopamina e della performance, spingendoci ad alzare l’asticella e facendoci sentire perennemente imperfetti o indietro rispetto a una non meglio imprecisata meta da raggiungere. Preferisco di gran lunga parlare di scoperta personale. Crediamo di sapere chi siamo, ma molto di noi resta sotteso, protetto da corazze che abbiamo costruito nel tempo per difenderci dai giudizi, dalla pigrizia o semplicemente per sopravvivere alla corsa quotidiana. La potenza del Bookcoaching risiede proprio qui.
A differenza della saggistica, che è per natura prescrittiva e ci dice “cosa dobbiamo fare” o quali sono le “regole per…”, la narrativa ci lascia liberi. Davanti a un saggio che ci offre verità scomode, il nostro istinto conservatore (quel meccanismo salvavita che ci suggerisce di restare dove siamo perché lì, almeno, siamo vivi) ha tutto il tempo di alzare una barriera. Con la narrativa, invece, non puoi proteggerti: non sai mai cosa la storia vorrà dirti. Non ci sono difese contro un’emozione e una riflessione che arrivano improvvise tra le righe.
La magia degli incontri di gruppo ne è la prova: persone diverse che leggono lo stesso libro hanno reazioni e interpretazioni diametralmente opposte. Questo accade perché, nel Bookcoaching, la parte più importante non è tanto ciò che la storia dice ai lettori, ma ciò che la storia dice dei lettori. È la reazione alla lettura che conta davvero: è quello scossone che ci fa scoprire parti di noi che non avevamo ancora conosciuto o a cui, semplicemente, non avevamo mai concesso il tempo di esistere.
D: Ci sono tipologie di libro più indicate per questo percorso di scavo interiore oppure il genere letterario non è necessariamente rilevante?
R: Non esiste un genere letterario privilegiato: nel Bookcoaching la potenza di un libro dipende dalla sua capacità di agire come un reagente. Passiamo con estrema naturalezza dai grandi classici ai romanzi di formazione, dalle biografie alla poesia alla letteratura di viaggio, dai graphic novel fino agli albi illustrati. Possiamo esplorare persino la fantascienza o il fantasy, che usando mondi lontani ci permettono di guardare ai nostri conflitti con il giusto distacco.
Non è il genere a essere funzionale, ma la capacità della storia di far scattare l’interruttore. Nel bookcoaching il libro giusto non è quello che fa dire al lettore “che bel libro”, ma quello che gli fa chiedere “che cosa mi sta succedendo mentre leggo?”
Certo, la mia è una ricerca mirata: ad oggi, ad esempio, non mi è ancora capitato di utilizzare gialli o thriller. Forse perché, mentre questi ci spingono a correre verso l’esterno per trovare un colpevole e a sciogliere un enigma che non ci appartiene, il Bookcoaching ci chiede di fermarci e guardare dentro, dove l’unica indagine che conta è quella sulla nostra felicità. Ma la bellezza di questo lavoro è proprio la libertà di farsi sorprendere da ogni pagina che abbia la forza di smuoverci”
D: Chi si rivolge al bookcoaching deve amare necessariamente la lettura?
R: Assolutamente no. Il fulcro del Bookcoaching non è la letteratura in sé, ma la forza delle storie. Certo, l’atto di leggere aiuta a immergersi profondamente nella narrazione, amplificando l’attivazione dei neuroni specchio a cui abbiamo accennato all’inizio, ma non è necessario essere lettori accaniti per trarne beneficio. Ciò che serve davvero è una predisposizione d’animo: la voglia di mettere in discussione le proprie certezze. Per guardarle con occhio critico e, magari, sceglierle di nuovo, stavolta con una consapevolezza diversa e non per semplice abitudine e pigrizia.
Ai miei incontri partecipano spesso persone che non leggono quasi mai. Alcune si appassionano gradualmente, altre restano lettori occasionali, e va bene così. Questo accade perché nel mio spazio non esiste il giudizio. Non facciamo critica letteraria: non ci importa se l’autore sia un genio o se lo stile sia impeccabile. Il libro nel boockaoching è uno strumento, non l’oggetto di interesse. Ciò che conta è cosa quel libro sta dicendo a te e, lo ribadisco, cosa sta dicendo di te. Essere un buon lettore può facilitare l’approccio, ma la vera qualità necessaria è la curiosità verso se stessi e verso le proprie reazioni. Il libro è solo il mezzo; il fine è sempre la persona.

“Effettivamente concordo! In qualunque libro c’è un insegnamento”
